Aperture presenta “Wish This Was Real”, la prima retrospettiva completa del lavoro di Tyler Mitchell, uno sguardo su una delle voci emergenti più acclamate della fotografia contemporanea.
Forse nessun altro fotografo della sua generazione ha avuto un'ascesa così fulminea come quella di Mitchell. Nato ad Atlanta e ora attivo tra New York, l'Europa e l'Africa occidentale, nel 2018 è diventato il più giovane fotografo a realizzare una copertina di Vogue (con Beyoncé).
Da allora, ha sviluppato una pratica al contempo creativa e di forte impatto emotivo, creando immagini permeate di luce e movimento, sogni di paradiso e gioia che si dispiegano sullo sfondo di storie spesso invisibili, eppure palpabilmente presenti. La fotografia, nelle sue mani, raramente è una semplice trascrizione della realtà.
Ogni inquadratura è una costruzione ponderata, una stratificazione di soggetto, luogo e luce che trasforma il familiare in qualcosa di utopico e intimo al tempo stesso. Che si tratti di ritratti di amici, collaboratori o sconosciuti, o di tableaux vivants che fondono forme scultoree e tessuti, il lavoro di Mitchell resiste all'idea di osservazione passiva. Lo spettatore è invitato non solo a guardare, ma a sentire, ad abitare il mondo che ha immaginato.
A prescindere dal soggetto ritratto, Mitchell lo ritrae con una sensibilità inconfondibile: corpi bagnati dal sole, circondati da un cielo aperto o avvolti in tessuti, gesti delicati, quasi contemplativi. C'è un'intimità che resiste allo spettacolo, un invito a un momento di serenità, di vulnerabilità, di autocontrollo. Nel mondo di Mitchell, a ogni persona è concessa la stessa grazia, la stessa quieta dignità, lo stesso spazio luminoso per essere semplicemente se stessa.
Elemento centrale della pratica artistica di Mitchell è la sua padronanza pittorica del colore. Sature ma delicate, le sue tavolozze sembrano meno una documentazione e più un'atmosfera, tonalità che respirano, che avvolgono i soggetti con un calore quasi tattile. Queste scelte cromatiche non sono mai arbitrarie; suggeriscono un'ampia gamma di riferimenti visivi, dalle sensibilità utopiche della fotografia a colori americana delle origini all'iconografia della cultura popolare afroamericana del Sud, dagli studi di ritrattistica caraibici alla compostezza cinematografica che ricorda registe come Julie Dash. Eppure il linguaggio visivo di Mitchell rimane inconfondibilmente suo.
Le immagini di Mitchell rimandano anche alla ricca tradizione della ritrattistica in studio dell'Africa occidentale, in particolare all'eleganza studiata di maestri maliani come Seydou Keïta e Malick Sidibé. Sebbene le sue ambientazioni siano spesso all'aperto piuttosto che in studio, l'influenza è evidente nell'uso di tessuti decorati, pose scultoree e nella delicata performatività dei soggetti ritratti. Questi riferimenti non sono semplici citazioni stilistiche; fanno parte di un dialogo più ampio con una tradizione visiva che ha celebrato l'autoaffermazione delle persone di colore ben prima che entrasse a far parte del canone occidentale. Mitchell estende questa eredità nel ventunesimo secolo, collocando i suoi soggetti – amici, modelli, personaggi pubblici – all'interno di spazi di bellezza e di autonomia.
Questa raccolta, che ripercorre in modo esaustivo la sua giovane ma prolifica carriera, spazia tra ritratti, paesaggi e opere sperimentali provenienti da Stati Uniti, Europa e Africa occidentale. Qui, la "negritudine" viene rappresentata con un'ampiezza rara in fotografia, non vincolata da stereotipi né limitata alla mera documentazione. Eppure, l'opera non è mai semplicemente celebrativa. Le immagini di Mitchell riconoscono il peso della storia, dell'eredità culturale, pur rivendicando il diritto di immaginare un'alternativa, invitandoci a riflettere su come potrebbe essere un archivio fotografico di gioia, libertà e possibilità.
Forse l'aspetto più avvincente di Vorrei che fosse vero La sua peculiarità risiede nell'insistenza sull'immaginazione come modalità di sopravvivenza. Per Mitchell, la fotografia non è solo un mezzo di documentazione, ma un metodo per abitare le possibilità, per dare forma a futuri che ancora non esistono. In questo senso, queste immagini, per quanto profondamente personali, risuonano ben oltre la loro cornice. Sono al contempo testimonianza e invito, una registrazione di un mondo visto e di un mondo sognato.
Tutte le immagini © Tyler Mitchell, Cper gentile concessione di Gagosian
Wish This Was Real è pubblicato da Aperture ed è disponibile Qui.